Il canto della pietra e l’arte della costruzione dei nostri muri di pietra a secco

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Il canto della pietra e l’arte della costruzione dei nostri muri di pietra a secco

muri a secco foto Armando Grana per I love Scicli

muri a secco foto Armando Grana per I love Scicli

I muri a secco, la tradizione della lavorazione della pietra

“I sassi sono come gli uomini. Tutti possono essere buoni. Basta saperli vedere: allora te lo dicono loro in quale posto devono stare”.

Amedeo si schermò gli occhi con la mano, il sole era ancora alto. La collina era già stata mietuta e le spigolatrici erano passate. Zolle di terra nera spuntavano tra il giallo delle stoppie. Le cicale riempivano ogni spazio di silenzio. Si asciugò il sudore con un fazzoletto sporco, poi strizzando gli occhi per la luce lo rimise in tasca. Si abbassò, prese la mazza e la calò con forza e con perizia sulla pietra che si ruppe esattamente come voleva. Era una pietra che cantava quella.



Le pietre che cantano sono particolari, sono quelle buone, quando la mazza di ferro cozza contro di loro fanno un suono particolare, il canto. Sebbene siano le più dure sono le migliori, se si conoscono si fanno quasi plasmare e prendono la forma che serve. Le pietre si incastrano come fossero la trama e l’ordito di una stoffa e il muro prende forma. Lui sapeva riconoscere le pietre, quelle che servivano per fare la base e quelle che usava per il bordo, le traverse. Amava i suoi muri. Correvano lungo i poderi, segnavano i confini, e rendevano coltivabili i terreni scoscesi con i terrazzamenti. E poi i muri di pietra a secco non finivano mai, correvano per tutto il mondo segnando limiti. Dicevano che in America i poderi erano così grandi che non c’erano confini. Non era possibile. Non ci sono poderi senza confini e magari anche in America in quel momento un mastro di muri a secco stava facendo il suo muro, esattamente come lui.

“Tanti erano partiti per l’America con il sogno di tornare con le tasche piene di soldi”

Tanti erano partiti per l’America con il sogno di tornare con le tasche piene di soldi, le scarpe lucide e pantaloni di panno. Lui non voleva andare in America, chissà che odore aveva la terra laggiù, era sicuro che non poteva essere un buon odore. E l’Oceano poi, che mare era? No, lui preferiva il suo mare che si chiamava solo Mare. Comunque adesso non poteva muoversi più, c’era il bambino in arrivo e doveva provvedere alla sua nuova famiglia. Guardò in alto il cielo di un blu che feriva gli occhi, alzò la mazza e con rabbia la calò sulla pietra.

Schegge affilate si sparsero ovunque. Si sentì stringere il petto. Alzò di nuovo la mazza e giù un altro colpo, e poi un altro e poi ancora. Qualche scheggia aveva tagliato i pantaloni e piccole macchie di sangue si aggiunsero alle macchie di sporco. Amedeo sembrava morso dalla tarantola, lavorava come se dovesse finire entro la giornata tutto il muro del Cavaliere Bonelli. Assestava giù colpi, uno dietro l’altro senza tregua. Le zolle di terra arsa si sbriciolavano sotto il suo peso facendo il rumore del pane appena sfornato. […]

da “Il pezzetto d’America sotto al cuscino”
uno dei racconti del libro “Elena intrecciava fiori di sale”

di Maria Carmela Miccichè

Credit testo: 

Maria Carmela Miccichè

Maria Carmela Miccichè

Maria Carmela Micciché è nata a Scigli (Rg), cittadina in cui vive e lavora. Ha scritto per alcuni giornali locali ed ha partecipato a più concorsi letterari, vincendo il “Moak” e, ripetutamente, il “Città di Sortino”. Alla domanda da dove nasce la sua scrittura, risponde: “Ho sempre amato le immagini, ma non sapendo disegnare ho cercato, fin da piccola, di creare immagini con le parole”.

CREDIT FOTO COPERTINA: foto di Armando Grana per I LOVE SCICLI 

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